Correva l’estate del 215 a.C quando gli Irpini e i Caudini, stanchi
delle incursioni del console Claudio Marcello, chiesero aiuto ad
Annibale che trascorreva l’inverno presso Capua. Dopo il
tentativo fallito di conquistare Napoli, Annibale si mosse
contro la città di Nola. La città fu assediata con la speranza
di una rivolta della popolazione nolana ormai messa alle strette
e con l’intento di guadagnare tempo per far giungere da
Cartagine rinforzi. Passarono diversi giorni, Nola aspettava la
prima mossa del Punico, mentre i rinforzi promessi erano ancora
lontani. La pazienza di Annibale fu messa a dura prova tanto che
decise di arruolare nel suo esercito abitanti del luogo offrendo
loro cibo, oro e avorio. In quei giorni Annibale venne a
conoscenza della presenza di un tempio dedicato al dio Jani a
circa due miglia da Nola, nei pressi del quale, per la fertilità
dei luoghi e per l’aria salubre, era nata una piccola comunità
di contadini.
Quale miglior fonte di uomini? Insieme ad un gruppo di soldati
Annibale raggiunse quella località, portando con sè oro ed un
elefante in legno fatto costruire precedentemente da offrire al
Dio Jani. Cercò di conquistare in tutti i modi la fiducia di
quella gente. Consegnò ai sei saggi del villaggio dell’oro e
fece organizzare per il giorno successivo una cerimonia solenne
per ottenere i favori del Dio Jani donando l’elefante in legno.
Giunse la notte e Annibale decise di accamparsi nei pressi del
tempio. Quando il fuoco consumava gli ultimi brandelli di legna
rimasta, un gruppo di uomini locali si recò al campo portando
con sè del vino rosso da offrire alle guardie. Si aspettò che il
buon vino facesse la sua parte, e, il campo lasciato
incustodito, fu saccheggiato. Fu portato via tutto, le vivande,
gli oggetti preziosi e l’elefante in legno.
Era ormai l’alba, la luce del mattino avvolgeva il campo ma il
saccheggio non era ancora terminato; giungeva dal fronte
un messaggero che, scoprendo i saccheggiatori nei boschi
adiacenti al campo, avvertì Annibale. Il sole era ormai
alto nel cielo, Annibale adirato raggiunse il fronte e
decise di anticipare le manovre di guerra. Intanto
Claudio Marcello aveva schierato di nascosto dietro le
mura le sue truppe, suddividendole, in tre gruppi
disposti ognuno dietro una delle tre porte che
guardavano il campo nemico.
Quando vide che i
nemici erano intenti ad organizzarsi, Marcello fece aprire la
porta centrale per permettere alle legioni e ai cavalieri di
irrompere sull’invasore; poi aperte le altre, fece assalire le
ali avversarie. Preso alla sprovvista, l’esercito cartaginese fu
sbaragliato, duemila e trecento uomini rimasero sul campo ed
Annibale fu costretto ad abbandonare la piazza (anno 215 a.C.).
Intanto, a poche miglia da Nola, in quel piccolo agglomerato di
capanne fatte di legna, si organizzarono i festeggiamenti
durante i quali le vivande furono divise tra i sei saggi in
parti uguali. Il problema sorse all’assegnazione dell’elefante!
Chi doveva essere il detentore del trofeo? Fu organizzata
un’assemblea per decidere le sorti dello stesso, e dopo tanta
discordia si giunse alla conclusione: organizzare dei giochi e
delle gare per poi assegnare al vincitore l’elefante in legno.